"campiello con pozzo e casa rossa"
Racconti di Viaggio

Campiello de le Strope

Il Campiello de le Strope è uno angolo molto suggestivo di Venezia, ricco di storia di e di leggende. Chiaramente non è tra i più famosi, o non sarei qui a parlarvene. Il suo nome, come spesso accade a Venezia, è legato a una bottega o a un’attività artigianale che vi si svolgeva anticamente.

Il Nome: “Strope” (o stròppe) in dialetto veneziano si riferisce a rami resistenti del salice, con dei quali venivano realizzati dei cordami impiegati per legare le viti. Le strope, più grandi, per legare i tralci ai pali, e gli stropei, più sottili, per i fili. Oltre a questo, il suo uso come cordame, economico, poteva essere tra i più disparati. Questa tecnica di legatura con il salice è antica e richiedeva una grande manualità,

Il Campiello de le Strope era il luogo dove, un tempo, si trovava una bottega per la lavorazione e la creazione di queste corde.

La leggenda del Campiello de le Strope

La leggenda popolare che rende vivo questo toponimo, e che ho voluto rappresentare nell’immagine, è incentrata sulla figura del maestro artigiano.

Si narra di un vecchio e saggio artigiano che passava le sue giornate seduto in quel campiello, intento a intrecciare le fibre per creare le migliori “strope” della città. La sua abilità era rinomata e i marinai facevano affidamento sulla sua maestria per le corde che avrebbero dovuto resistere al mare aperto.

Il Garzone Curioso– L’artigiano non lavorava mai da solo. Era affiancato da un giovane garzone (il garçon o allievo), al quale tramandava pazientemente l’arte. Il ragazzino, seduto accanto al maestro, imparava ogni segreto del mestiere, osservando come la forza e la resistenza della corda nascessero dalla corretta torsione dei filamenti.

Una lavoro onesto e di rispetto

Un giorno il ragazzo incuriosito sul perché questi cordami fossero così forti e resistenti chiese al vecchio: “Maestro, qual è il suo segreto? Perché le sue strope sono le migliori di Venezia?”. L’uomo sorrise, prese un ramo di salice fresco, lo accarezzò con la punta delle dita, quasi stesse parlando con esso. Poi, con lentezza deliberata, cominciò a fletterlo e ad intrecciarlo.

“Vedi, Tommaso,” disse con voce roca, “non c’è magia in queste mani. Il segreto non è in come le intreccio, ma in come tratto l’albero. Vedi, un buon fabbricante di strope non prende e basta. Ogni primavera, quando il salice è pronto, vado io stesso a raccogliere i rami. Non taglio mai troppo. Lascio sempre che l’albero possa ricrescere, lo ringrazio per quello che mi dà. E quando lo porto qui, non lo tratto come semplice legno. Lo rispetto. Lo metto in acqua fresca, lo accarezzo. Lo ascolto.”

Il maestro fece una pausa, fissando il giovane negli occhi, e continuò: “Il vero segreto, Tommaso, è il rispetto. Rispetto per la materia prima, rispetto per il lavoro, e rispetto per chi userà le tue strope. Se metti questo nel tuo lavoro, allora le tue creazioni avranno una forza che nessuna macchina potrà mai replicare.”

Campielli di Venezia: laboratori a cielo aperto

Questi spazi aperti (i campielli) fungevano spesso da estensione delle botteghe. Per realizzare le lunghe corde, l’artigiano aveva bisogno di spazio per tendere e attorcigliare i filamenti, trasformando il campiello in una vera e propria officina all’aperto, spesso attorno alla vera da pozzo al centro.

La leggenda celebra l’importanza della tradizione artigiana e della trasmissione del sapere da una generazione all’altra. Ancora oggi, camminando in quel campiello, si può quasi immaginare il ronzio del lavoro e il profumo delle fibre, un’eco del lavoro instancabile che ha dato il nome a quel luogo.

il Campiello de le Strope è un frammento di Venezia che racconta di lavoro onesto, di vita di comunità e del legame indissolubile tra la Serenissima e la sua vocazione marinara.