Chiesa Santa Maria del Giglio
Se stai passeggiando nel Sestiere di San Marco, lontano dalla folla di Piazza San Marco, ti imbatterai in una delle facciate più imponenti e insolite della Serenissima: la Chiesa di Santa Maria del Giglio (o Santa Maria Zobenigo).
Famosa per essere un “monumento all’ego” e per custodire l’unico Rubens a Venezia, questa chiesa è una tappa obbligatoria per chi cerca cosa vedere a Venezia un autentico barocco veneziano.
La Storia: Da Umile Parrocchia a Monumento Barocco
Le origini della chiesa risalgono al IX secolo, fondata dalla famiglia Jubanico (da cui il nome popolare Zobenigo). Tuttavia, l’aspetto che ammiriamo oggi è il risultato di una ricostruzione radicale avvenuta tra il 1678 e il 1683.
Il finanziatore dell’opera fu l’ammiraglio Antonio Barbaro, che trasformò la facciata della chiesa in un testamento marmoreo della sua potenza e di quella della sua famiglia, affidando il progetto all’architetto Giuseppe Sardi.
La Facciata Profana: Un “Google Maps” del XVII Secolo
La particolarità di Santa Maria del Giglio è la sua facciata, definita spesso “atea” o “profana”. Perché? Perché non troverai santi o scene bibliche, ma statue di guerrieri e mappe geografiche.
Le Statue dei Barbaro: Al centro svetta Antonio Barbaro, circondato dalle personificazioni dell’Onore, della Virtù e della Fama.
Le Mappe di Pietra: Alla base delle colonne, potrai osservare incredibili bassorilievi che riproducono le piante prospettiche di Candia, Corfù, Padova, Roma, Spalato e Zara. Erano le città dove Antonio Barbaro aveva servito la Repubblica, una sorta di “curriculum vitae” scolpito nel marmo d’Istria.
Cosa vedere all’interno
In questo angolo di Venezia nascosta, varcata la soglia, l’atmosfera cambia. Se l’esterno celebra la gloria terrena, l’interno è un tripudio di arte sacra.
Il Tesoro di Rubens e Tintoretto
Nella Cappella Molin è custodita la Madonna col Bambino e San Giovannino, l’unica opera del maestro fiammingo Peter Paul Rubens esposta permanentemente in una chiesa veneziana. Un capolavoro di tenerezza e luce che da solo vale la visita. Si tratta dell’unico Rubens di Venezia.
L’opera è stata oggetto di lunghi dibattiti. Per anni si è discusso se fosse autografa o di bottega, finché i restauri non hanno confermato la mano del maestro fiammingo.
Nota curiosa. Si trova in una cornice barocca dorata talmente elaborata che quasi compete con il dipinto stesso. San Giovannino tiene in mano un cardellino, simbolo della Passione, un dettaglio di una tenerezza infinita che contrasta con la “marzialità” dell’esterno della chiesa.
I Quattro Evangelisti di Tintoretto
Dietro l’altare maggiore si trovano le tele di Jacopo Tintoretto. Originariamente erano le ante dell’organo della chiesa, un esempio perfetto della teatralità della pittura veneziana del Cinquecento.
Venezia nel Settecento era la capitale mondiale della musica, e Santa Maria del Giglio non faceva eccezione. La chiesa aveva un’acustica talmente rinomata che le sue funzioni erano spesso accompagnate da musicisti d’eccezione. I quattro Evangelisti di Tintoretto, che oggi vediamo come dipinti a muro, come già detto, erano originariamente le ante dell’organo. Immaginate l’effetto scenico di queste figure monumentali che si “aprivano” mentre la musica riempiva la navata.
I “Tesori” della Sacrestia
Entrando nella sacrestia, la prima cosa che ti spinge a guardare verso l’alto è il soffitto decorato da Antonio Zanchi, uno dei massimi esponenti della pittura “tenebrosa” del Seicento veneziano.
L’opera: Si tratta di una tela monumentale che raffigura l’Addolorata, circondata da angeli che recano i simboli della Passione.
Lo stile: Zanchi gioca con contrasti violentissimi tra luci e ombre. Le figure sembrano quasi emergere dal buio del soffitto, creando un effetto drammatico e teatrale che è la firma del Barocco più puro. È un’opera che trasmette una forte carica emotiva, quasi fisica.
Gli Arredi: L’Arte del Legno e del Sacro
Se il soffitto cattura l’occhio, le pareti colpiscono l’olfatto e il tatto. La sacrestia è interamente rivestita da armadiature in legno di noce intagliato, realizzate tra il XVII e il XVIII secolo.
Ebanisteria di pregio: Non sono semplici mobili, ma strutture architettoniche in miniatura. Le decorazioni includono colonnine tortili, capitelli corinzi e intagli che riproducono motivi vegetali.
Il “Profumo di Storia”: Questi armadi custodiscono ancora i paramenti sacri e gli argenti della parrocchia. Il mix di odori — legno antico, cera d’api e secoli di incenso assorbito dalle fibre del legno — crea quell’atmosfera mistica che rende la visita un’esperienza sensoriale completa.
I Dipinti “Minori” (Ma non troppo)
Lungo le pareti della sacrestia e nel corridoio che vi conduce, si trovano altre opere che meriterebbero una sala da museo dedicata:
Le Stazioni della Via Crucis: Spesso in sacrestia o negli spazi adiacenti sono conservate tele di autori come Francesco Zugno o Giambattista Crosato. Sono opere più piccole, nate per la devozione privata o per spazi raccolti, che mostrano la delicatezza del Rococò veneziano.
Ritratti di Parroci: Spesso si trovano anche i ritratti dei vari pievani che si sono succeduti nella gestione della chiesa, un vero e proprio archivio storico “visivo” della comunità locale.
Il Campanile che non c’è più
Uscendo in Campo Santa Maria del Giglio, noterai un curioso dettaglio: una base quadrata in pietra che oggi ospita un piccolo negozio. Si tratta di ciò che resta dell’antico campanile trecentesco, demolito nel 1775 perché pericolante.
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